Solo sul finire di giugno, in prossimità del giorno di San Giovanni, alcuni insetti simili ai melolontha-melolontha (i maggiolini) conducono la loro breve ma intensa vita. Sono a Napoli popolarmente noti come vaccarielli di San Giovanni. Appaiono dal nulla quando il sole tramonta, danzano presso gli angoli delle case alte, vicino alle cime degli alberi s’impacciano per accoppiarsi. Spariscono assieme al sole, e tornano solo il giorno dopo, per pochi giorni. Sembrano stonati, travolti dalla fretta e dagli impulsi primitivi, e spesso precipitano al suolo a grappoli con un secco rumore di crosta. Un po’ come gli uomini di “E venne il giorno”, l’ultimo film di Night Shyamalan, si buttano dai grattacieli newyorkesi uno via l’altro: succede che le piante minacciate dall’uomo prendono a produrre e a rilasciare nel vento, previa comunicazione tra loro a mezzo dello stesso, una tossina inibitoria del naturale istinto di sopravvivenza. L’uomo ne è stordito, allucinato, sottratto di volontà s’ammazza. Il film è il racconto di ventiquattro ore di fuga dal vento verso la provincia americana, in un cammino che gradualmente si avvicina alla verità senza mai toccarla a piene mani. Proprio questa leggera elisione conclusiva annuncia la crescita di Night Shyamalan. (Leggi tutto qui, però lèggilo)
lunedì 14 luglio 2008
e venne il giorno, su libmagazine
martedì 24 giugno 2008
memento audere semper, ma soprattutto memento, me mento
Che niente di ciò che è umano debba essere estraneo all'uomo, s'è già detto. Che ciò che è umano debba, esattamente in virtù d'umanità, essere sfrondato dai cagli e dai lacci del precostituito, si prova a dirlo. Due ultime parole, allora, il caso le merita. Non in quanto caso di chissà quale
spessore, ma in quanto esempio di fenomeno umano che è soggetto, da parte del soggetto più umano della media, ad una esauriente e feconda possibilità di previsione.
LibMagazine mi offriva la possibilità, in data 8 giugno (Giu 8th 2008, recita il testo), di ragionare su una cazzuta novità in ambito calcistico: l'Italia allenata da Donadoni si apprestava a cominciare l'Europeo con tre punte tre. Le convocazioni stesse del cittì andavano in quella direzione, ovvero: se devi giocare con tre punte e tre centrocampisti non hai altra scelta che convocare meno centrocampisti e più attaccanti rispetto al consueto alveare di mediani con cui si parte dall'Italia per le grandi competizioni.
Da parte mia c'era un certo ottimismo, non nascondo, un frizzore, un odore di cattiveria e menefreghismo avvertibile nel respiro della nostra squadra, e in Donadoni, memento audere semper! scrivevo: "Da osservatori esterni a queste ipotetiche diatribe, noi di Libmagazine ci ergiamo a sintetici sostanzialmente eclettici, e non poco pragmatici, ritenendo che l’Italia vincerà gli Europei, e questa volta divertirà esteticamente, solo in caso di ostinazione del suo tecnico nella vocazione offensiva. Ma che li perderà tristemente se alla prima bastonata – e visto il girone con Romania, Olanda e ancora Francia non sarà difficile recuperare legname – retrocederà." 
Sai tu cosa è accaduto? Che la bastonata è stata dura, forse chiodata, triplamente chiodata, e arancione. E che da quell’esatto istante Donadoni ha ricriticato, in cieca confutazione, tutte le sue premesse, la sua tesi sfaccimmosa delle tre punte in campo e cacchi altrui. S’è appellato al Del Piero mezza punta. Poi al Cassano con stigmate. Comunque sempre 4-4-2 solido e stantio. E addirittura nell’ultima gara, quella lesiva del senso del pudore d’ogni amor ludico, anziché profittare delle squalifiche di due indispensabili centrocampisti quali Pirlo e Gattuso per riproporre le ali alte con centravanti (tre punte tre), ha organizzato una linea mediana di scarpai e cartigienicisti. Nessuno si lamenti della merda, io avevo avvisato.
giovedì 15 maggio 2008
la politica fuori dalla pelle
Da un punto d’osservazione superficiale – prospettiva, questa superficiale, ingiustamente vituperata giacché è dal bubbone sulla superficie/pelle del malato che il medico diagnostica la peste – la situazione politica italiana si colora di toni nuovi. L’amabilità di un azzurro tenue con la sua gradazione fredda copre il panorama come un
cielo artificiale, acquieta gli animi, dispone al commercio e all’impresa. Tale la distensione del clima politico che, già incubata nella recente campagna elettorale, ora vede luce nel braccetto stretto fra Berlusconi e Veltroni – tutt’altra tavolozza cromatica in comparazione a quel rosso infernal pompeiano lavico che scorreva fra lo stesso Berlusconi e Romano Prodi fino a pochi mesi or sono.
Oggi il presidente del consiglio modera, apre al dialogo poggiando fiducia sull’assenza dal parlamento dei suoi maggiori nemici anti-patici; e poco distante il capo dell’opposizione zampetta zuccheroso in quell’usanza di marca anglosassone che è il governo ombra. Con conseguenze che, fossero studiate a tavolino, farebbero dei due protagonisti della scena il maggior statista degli ultimi cinquant’anni (checché ne dica il Fini ancor dopo Fiuggi). Letto bene: “conseguenze che farebbero dei due protagonisti della scena il maggior statista degli ultimi cinquant’anni”, due che fanno uno. Perché Berlusconi si assicura, in questo clima teatrato da cielo-trumanshow, un quinquennio di sereno poco variabile le cui uniche turbe saranno le poppate di liofilizzato con cui nutrire periodicamente i leghisti. D’altro canto – e canto, nella sua distrazione fonetico poetica, qui è un ridicolo lusso – il capo dell’opposizione Veltroni, che aveva dato principio al nuovo corso con la sventolante maturità del suo opporsi senza l’ausilio capriccioso della sinistra radicale, saprà far tesoro a quinquennio terminato del puntuale fenomeno dell’alternanza, trovandosi, ciliegina su torta, nella condizione di creditore di buona pace. Ovvio che il teorema regge solo se dall’altra parte v’è coscienza del debito. Ne dubito. Questo è un debito improvvido.
Ma la prospettiva superficiale, come abbiamo visto ottima a diagnosticare di che morte morirà il malato, ha il pregio di permettere un ulteriore decollo che altrimenti, giacendo in sottocute, non avrebbe capacità di volo. Si giunge dunque a tale altezza da leggere l’incanalamento del nostro sistema politico in un blando, ma produttivo (il commercio! l’impresa!), modello nordeuropeo quasi calvinista. E la possibilità di non marcire sottopelle negli umori corporei – equivoco che scaturisce dalla visione profonda – ci lascia integri di fronte all’assalto della prospettiva inciucio, che è esclusivamente prodotto biliare.
Da qui, belli in superficie, si legge pure che questo nuovo ordine – che è bene non dimenticare quanto possa essere scoria reattiva di moti d’antipolitica fluiti da “La casta” e grillismi vari – ha però un vincolo di fronte al quale la matura reazione della classe politica bisogna si dimostri quanto meno possibile millantata. Cioè, la riduzione dei gruppi parlamentari da 11 a 6, e la dipartita (v’è più fedeltà semantica, nell’uso del termine, che ironia o intenzione d’offendere) di quei soggetti politici che più di altri erano legati a superate categorie sociali e morali, obbliga il parlamento ad operare nel modo più sano, più limpido, più efficiente possibile. A maggior ragione in uso dell’acquietante cielo artificiale. È però a questo punto che la visione superficiale mostra il limite: nell’immagine del futuro, nella profezia. Che però, stando al discorso alla Camera in cui Berlusconi invoca l’ausilio divino, pare manchi clamorosamente anche al punto d’osservazione più profondo possibile: quello in cui si decide, in cui si agisce. Oh mio dio!
Su Libmagazine anche in due si uccide meglio.
sabato 10 maggio 2008
primavera e trinità
La primavera in questa fase incattivisce. I friccicori, ancora acerbi, virano sull’asprezza come frutti nervosi. O viceversa. Capita perché la mente non regge il passo dell’adattarsi del corpo ai nuovi tempi, ai nuovi pollini, ai nuovi tracciati della stella. E poi trionfano le mosche, lasciano le loro scheletriche ombre le zanzare, e le api tornano a far edilizie dei pergolati e delle tegole sopra i citofoni – che va bene: meno scocciatori. La mente no, è un essere conservatore, e innalza trincee di fronte agli esuberanti abbandoni cui cede il corpo, perché li ritiene minacciosi, demolitori di equilibri, consumanti. Sarà stato in preda a questa non spicciola dicotomia che quelli di Matrix (programma che rapisce il titolo di un decente film, e che lasciava supporre altro corso – altro, altro à la Matrix film – rispetto a come poi s’è rivelato) hanno organizzato stasera una buona puntata. Non che abbiano brillato di luce propria, s’intende, ma è bastato farmi sbirciare due film che attendo da più di un anno per convincermi della bontà: Gomorra di Matteo Garrone (il dialetto, nel trailer si badi al dialetto), e Il Divo di Paolo Sorrentino (la musica, il movimento, l'epos, si badi a questo). Due perle italiane. Due rarissime perle talmente diverse da farmi pronosticare una gran mezza primavera. Il primo atrocemente appiccicato alla realtà, alle imperfezioni del volti, ai punti neri e alle rughe; il secondo così disarmato di fronte alla forza del deragliamento, all’ironia nera, all’immagine che scortica l’occhio. Il primo a scavare le falde rosse di questa terra; il secondo a dare forma alternativa e veritiera – la forma alternativa della sostanza mimetica è sempre più veritiera – a quel pilastro mimetico – chissà quanto imbottito – della nostra repubblica che è Andreotti. Due perle. Due prove irripetibili che diranno se. Che diranno se Sorrentino e Garrone, certosini e pazienti e intransigenti, hanno modificato il grande pubblico perché questo si accorga del loro genio. E noialtri, dalle colonne di Libmagazine, saremo lì a testimoniare – a sproposito, si veda questa pubblicità casual. Per farla breve, s’è visto il metodo di Garrone, con l’immagine madre fetente che rinnega il partorito, e subito scosta, e s’è visto l’incipit rallentato da western burocratico di Sorrentino. Poi s’è visto Servillo, presente in entrambi i lavori, che da migliore è due entità distinte. Se ci fosse stato un terzo film sarebbe stato trino.
vignetta da LibMagazine
giovedì 8 maggio 2008
cattivi al cinema
Ciro Monacella
domenica 27 aprile 2008
martedì 22 aprile 2008
venerdì 11 aprile 2008
mettersi in gioco, giocare come alla messa quando avevi anni tot e le ragazzine altrettot e gli sguardi calavano barbari nelle camicette
Manderei a casa molto volentieri – sicchè tanta volontà leva condizionabilità al tempo e passo al – mando a casa molto volentieri ogni forma di leghistico scampanilìo, del tipo imbracciar fucili – contrastabili/decorabili assai saggia mente come tu coon dici a furiosi dildo. Imbracciar fucili, che
poi si inspallano i suddetti se proprio li si vuole funzionanti… lega nord a casa dunque per questa superficialità di cognizione motoria-sparatoria; la lega di sotto tambièn a casa per l’ovvio anascrostismo dei mai carchi fucili siciliani che, più tosto ove non più duro, mai furono debracciati/despallati (!). Il mio voto andrà a Sir Wolter, perché è ora, perché è stagione, perché detesto l’alternanza, i ciondoli, le amache, gli orologi cucù, le altalene vuote mosse dal vento, e il vento invisibile che porta odore di fogna d’Arcore.
Vale.
Ehi, su libmagazine parlo di Kundun, un raro e prezioso Scorsese semi-d'annata
giovedì 10 aprile 2008
confidenze primaverili
Sono animale estremamente sincero, e la primavera mi turba. M’investe con una sottile, scivolosa, urgenza di ricambio. È per questo che ho rasato la boccia, perché nel corpo ci credo più che nel resto. E puff ti capitano le elezioni.
Coniugando il momento elettorale con l’urgenza di ricambio, conoscendo la radicalità della mia urgenza, ammetto che in tutta sincerità primaverile non basterebbe una tonnellata di schede a soddisfarmi: sarebbe un taglio loffio, corto nelle tempie e moderato in nuca, con accenno deturpante di frangetta. No, piuttosto, e quindi, è questo abbracciare i fucili, questa disperata richiesta d’affetto a incuriosirmi… comodo squagliarsela con il colore, comodo e fuorviante. Vediamo un po’.
Il momento della campagna elettorale è il più ridicolo. Personalmente detesto tutti, dai leghisti ai comunisti, da Casini a Veltroni, sommamente dal sommo Berlusconi a
Fini, dalla Santadiché al Bertinotti. Lei ad esempio sa come deve apparire, fa la tosta, fa la sincera, fa il brusco e ruvido troione che è, ma si perde in un lurido e ottundente autunno. Lui, che tanto bene stava nella carica istituzionale, torna ai lavori di dialettica in cui nacque e per cui non era nato. Ma tutti indistintamente s’incravattano e dopo molte passate di fondotinta giurano a se stessi, in cuor loro, di dare il meglio. E lo danno. Ma il meglio, si sa, non vuol dir nulla messo così sciolto nella frase. Cosa vuol dire allora questo agio tutto di pomata che i politici italiani dimostrano per l’immagine che s’offre? Sembra un po’ che questa classe politica sia stata allevata apposta, in una concatenazione genetica, per apparir brillante al momento del porta a porta. Brillante, gravida di potenza, illuminata, propositiva, assolutista quasi all’ecclesiastico. Salvo poi svelarsi puntualmente, quando il trucco cade e s’increspa il phard, intensamente incapace di trascurare per un solo istante i suoi più bassi bisogni di pancia. Incapace, barcollona, intrallazzante, moscia, depallata, depilata, odiosa e sciaradesca.
Alla luce di questi elenchi, ora, quanto è più sincera, primaverile, la richiesta d’affetto d’inizio testo – quell’imbracciar fucili al primo quid? Speriamo dunque che tutti ci si colori così, compiendo finalmente il carnavàl da suramerica cui la nostra politica tende. Allora mi candiderò, giuro, e a primavera tutti dal barbiere!
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Libmagazine è aggiornato, o sennò s'aggiorna fra poco
Rapporto Confidenziale è on line con un nuovo numero
giovedì 3 aprile 2008
il prezzo dell'indipendenza
A lunedì. Intanto ballate questa voce mutandina.
Clicca sotto
(Estelle feat. Kayne West - American Boy)
mercoledì 2 aprile 2008
striscia del munaciello
martedì 1 aprile 2008
un minuto di baccano
Così, nel baccano, ne è morto un altro. È comoda consuetudine in casi del genere, quando il morto è un tifoso di calcio, e indipendentemente dalla pertinenza della disgrazia all’evento sportivo, che nei rettangoli verdi si commemori i
l fatto con un sano minuto di silenzio. Una reazione vuota oltre che comoda, come se da quel silenzio possa in qualche modo essere estratto un elisir. Ma non accade, giacché il silenzio abbisogna per sua natura di una sufficiente presenza di ragione perché sia reso fecondo.
Si trasforma quindi in una pausa, un’acquietante interruzione del filo logico che si fa rotta parallela di quell’altra interruzione, di quel minuto di baccano in cui, per ragioni – o torti – insondabili, ragazzi nel fiore delle forze tendono oltre il limite. Il silenzio e il baccano hanno lo stesso materiale linfatico, e nel loro reciproco richiamarsi giace il segreto del pasticcio che rende inesorabilmente cicliche queste vicende. Ieri Badia al Pino, oggi Crocette nord: cambiano le circostanze e il luogo, ma restano, in rigida successione, baccano e silenzio. LEGGI TUTTO
(libmagazine)
giovedì 20 marzo 2008
mmmhhhh
Intanto è stata serata scugnizza, què loco!
A Libmagazine siamo tutti tibetani.

giovedì 13 marzo 2008
Alina Marazzi, un'ora sola ti vorrei

“Un’ora sola ti vorrei” è un film documentario di Alina Marazzi – nelle sale adesso con “Vogliamo anche le rose”. È la storia di sua madre, della sua famiglia, dell’abisso della depressione. Ne scrivo su Libmagazine (clicca qui). E ora ci penso un altro po’. Dico che una costruzione così, che si spinge nell’autobiografismo con profonda penetrazione, può essere superficialmente tacciata di presunzione. Bene.
La presunzione di aver dentro qualcosa da cavare che possa interessare – che debba interessare – anche a coloro che da quel dentro sono per inequivocabile natura esclusi. La presunzione, però, barcolla, cade, crolla, s’estingue e in fine sparisce se ciò che affiora da dietro alle pareti è bello. La bellezza si nutre di presunzione, non v’è per essa altra strada. Alina Marazzi è bella.
martedì 11 marzo 2008
Se esiste ancora un Ciarrapico
Mannò, dai. È manovra, machiavellismo, dai. Non esiste Ciarrapico. Non esiste perché non esiste meraviglia sulla sua presenza nelle liste del popolo della (o delle?)
libertà, non sussiste, perché il
cavaliere ha ingroppato il trotterello verso destra, è chiaro, e a destra se esiste un Ciarrapico te lo ritrovi e te lo meriti tutto. E lui verrà, sempre se esiste, col suo carico di acque minerali e qualche bancarotta fraudolenta, verrà, se esiste, con qualche giorno di carcere e qualche altro di arresti domiciliari tanto per non farsi mancar niente, mancar niente, se esiste. Ma tanto non esiste. Non c’è. Non c’è mai stato. È solo un brutto sogno. Come brutto dev’essere il gusto di chi trova bellezza nella ventennal mascella parlante, o nella biografia di tal Storace – ma che poi, ‘stu Storace, esisterà veramente pur’isso? E la Mussolini? Mannò, che state a dire? Ancora questi qui? Ma poi per cosa? Per il senato? No, non è possibile, non esiste proprio. Sennò alla prossima baruffa parlamentare di nuovo lì che ci si sputa addosso come sotto a un qualunque spalto calcistico. Ciarrapico. Ciarrapico me lo ricordo incasinato con la Roma, ma forse ricordo male, ah sì quello era Contini domenica alle quindici. No, Ciarrapico non esiste. Ma poi che vuoi, uno si distrae. Uno non fa in tempo a illudersi che… no, non c’è mai stato. Ora mi sveglio, sshh, dai che mi sveglio. Intanto mi sforzo, tutt’al più caco.





