Quindi se tutto va – ma non va – come pare debba andare, in Longobardia non si potrà più banchettare sui marciapiedi dopo l’una. C’è da scandalizzarsi, certo, a vedere con quale leggerezza i provvedimenti del bel ventennio vengono camuffati nell’era multimediale. Ma tanto – dice Piccinini con voce d’orgasmo – “non va!”, perché in piena nudità l’obiettivo è rendere formalmente illegali i capannelli notturni di nigeriani et similia. Il ché significa che la legge avrà una funzione relativamente vincolante di minaccia: stiano tranquilli i giocatori di borsa che si danno un’arietta etnica col kebab in bocca, a meno che non siano neri. L’unico dubbio che mi coglie or ora, croccante come cipolla e altrettanto indigesto, è che tale provvedimento – se fatto rispettare – andrebbe a cogliere in fallo le piccole attività commerciali, giacché le grandi possono agevolmente allestire sale da pranzo in neutre e squallide catene. Cioè, proprio ora che ci incoraggiano ai consumi come tanti minuti Keynes, ci troviamo alle solite: i grandi s’abbracciano alla legge per far fuori i piccoli, i gelatai, i pizzettari, i kebabbari tunisini e siriani col loro personale indiano o slavo. Ah, da grande voglio essere Richard Mc Donald!
mercoledì 22 aprile 2009
FASCISTI A MILANO
AUTARCHICA MERDA
“(...) Nel momento in cui qualcuno ci ascolta dal video ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico. Le parole che cadono dal video cadono sempre dall'alto. Anche le più democratiche, anche le più vere, le più sincere.” P. Pasolini
martedì 21 aprile 2009
domenica 19 aprile 2009
liberateci
A ben guardare. Proprio a vanga in braccio scavando tra i lombrichi e le lumache sguscie, il passato nella lingua degli Omero ha viuzze parallele. In una di quelle, perpedicola al quirin colle, dev'esserci pure un baldo giovine che arrotolava sigari in montagna scambiando edera per tabacco. Lì, sudicio d'olio per allestire fucili, scaldava la polenta sui fuochi fatti d'ante sfatte di Brianza. Sguardo serio come chi ha la meta poco sopra il naso. Occhio d'ombra del rapace in mimesi con la nube, sotto al sole, l'attimo prima che il becco alla preda rompa la pelle - alle prede le palle.venerdì 17 aprile 2009
LA PARTITA LENTA - Paolo Sorrentino
Paolo Sorrentino, il più grande, l’unico. Il bianco e nero contrariamente a quanto consuetudine vanitosa richiede – come una gradazione da collezionisti nell’epoca del fluorescente – non fa il protagonista. È lindo. Naturale come fosse sempre stato lì, è una riduzione che perfeziona la varietà esaltandola – misurato contrasto. Il cinema narra immagini tramite cose, non cose tramite immagini. L’angolo e il fluire lento coltivano nella luce il prodotto effimero che non si palpa, ma palpa. E gli attori non parlano: come estratti da un humus schiumoso di vita muovono i corpi e con essi gli occhi restando fedeli alla carne che li dice animati. L’assenza del discorso è l’assenza della ragione. Gli urti, gli effetti del sudore e della terra sulle guance e nei capelli. E la musica che ruota come il pianeta e spinge docile come l’aria sulle onde. Un groviglio di muscoli in tensione simula nello sport l’ultima ombra di coscienza collettiva in una terra frantumata da sogni individuali. La partita lenta.
lunedì 13 aprile 2009
mercoledì 8 aprile 2009
fottere
Compatto insorge il mondo accademico, compatto, come la cacchina verde dei neonati. Ma verde. In qualche modo vergine. Vergine e verde. Una foglia d’alloro starnazza e rivendica certificazioni appese a chiodo 21 di fronte a un Cristo, fra la foto della moglie e una traccia di mestruo dell’amante. Immacolata e speranzosa l’accademia afferra principi e tradizione, con ingordigia da chocoaddicted. E si rompe le unghie a grattarsi le tempie. A chiedersi come cacchio possa un tecnico dall’accento paesanotto e dalla faccia pasoliniana osare. La scienza ha delle regole che hanno garantito il progresso degli ultimi due secoli. Il progresso è garante di quelle regole. Esistono i canali, per le idee. Lo smistamento. Quelle pesanti restano, ma quelle leggere vanno via galleggiando. I canali. Le cloache e gli stronzi.
martedì 7 aprile 2009
mangiare e fottere
lunedì 30 marzo 2009
amore e interessi
‘O presid€nt’… De Gaulle… i giacobozzi patriotti… i berretti verdi… Herder... i manuali di tortura… gladio… comunisti! ... Marshall scosceso… marescialli latinmeregani… i tricolori blu… i cisalpastri… il vento e la bandiera… miliardi di… i tricolori v€rdi… azzurri… Massaro! … il popolo… la posizione del missionario… la conversione capitalissima… un’emergenza ingiustificata… un tono alzato… un posto non proprio… la voce simulata… l’ordine… disciplina… un vaffanculo lungo quanto il mio cazzo…giovedì 26 marzo 2009
CASSANO NON SARA’ UN FULL METAL JACKET, MA NEMMENO LIPPI E’ MARADONA
da libmagazine
Marcello Lippi ha un ché di militare. Eppure Marcello Lippi è senz’altro un allenatore vincente. Allora probabilmente il gene militare garantisce nelle discipline sportive una migliore attitudine alla vittoria, perché in fondo si tratta di regolamentare, indurre all’obbedienza, inquadrare in sistemi di norme comportamentali – benché sportive – un manipolo di giovanotti dagli ormoni friccicarelli. Nel film di Kubrick il sergente istruttore Hartman riduce la recluta ad una spugna spersonalizzata attraverso metodi che Lippi senz’altro non adopera ma dei quali riassume l’intenzione: l’uomo è tale solo se nella collettività riproduce quanto appreso. In sostanza non si tollerano levate di capo poiché il fronte, pena la morte, richiede uniformità d’altezza fra la siepe e l’elmetto. Ed un caduto è un varco nello schieramento tanto quanto lo è un semidio, un uomo levatosi oltre il limite.
Antonio Cassano quel limite non ha idea di cosa sia, perché se nasci scugnizzo nel sud del mondo sei condannato alla pallottola o alla tivvù di Berlusconi; ma se nasci scugnizzo e genio non c’è niente che ti fermi e puoi, ad esempio, prendere un attaccante sbiadito che risponde al nome di Pazzini e riportarlo a suon di assist in nazionale. Tutto questo Lippi lo sa fin dai tempi del Divin Codino di Baggio che bistrattò manco fosse un vietcong. D’altronde il solo genio che l’esercito contempli è quel reparto che posiziona o rimuove mine, costruisce o distrugge ponti. Gente cioè destinata alle strutture più che alle sovrastrutture. Cassano invece supera le coordinate fisiche in ogni passaggio, in ogni dribbling dal tempo rallentato e spiazzante: un cecchino piuttosto, che scivola fra le rovine con un mirino digitale e che invisibile fa sbocciare nelle teste avverse garofani di sangue. Un solitario o un solista? Un monologhista. E allora niente di strano o indecifrabile, perché i proiettili a doppia blindatura del film sono le stesse reclute che dall’addestramento escono con la professione del killer tatuata sull’elmo e impressa nel dito gelido sul grilletto. Un corpo compatto e solido che non arretra, che non teme, che ferito si rialza con intatta sete d’omicidio… come la nazionale che ha annientato la genialità di Zidane incassando in petto una testata scugnizza.
Vale, Cassano con nostro sommo dispiacere non giocherà mai nemmeno un minuto nell’Italia dell’istruttore Hartman perchè quando il generale torna vittorioso ha l’ultima parola su tutto. Basta solo che quella in Sudafrica sia l’ultima. Asì, vamos Argentina!
martedì 24 marzo 2009
che razza di razzinculo!
La regina apre le cosce. Ruggine nella stanza in nuvolette rosse, sopra un cigolio di anticaglie in disuso. Dalle grandi labbra due fili di seta bruna su cui prova l’equilibrio un ragno. Il pulviscolo lo confonde: cade. Atterra morbido in una crepa della pelle, dove due pulci si spartiscono la violenta secrezione di un brufolo. La regina chiude le cosce in una sferragliata di pentole. L’ecosistema ha una falla. Nella meccanica l’erosione del tempo contraddice l’infinita brama di gloria, e in qualche modo l’ammala. Tutto puzza.martedì 17 marzo 2009
pippo inzaghi indemoniato: chiamatemi esorciccio!
Superpippo nasce Pippo nelle giovanili del Piacenza e nel 1992, con la maglia del Leffe, segna il primo gol da professionista. Poi Verona e Piacenza ancora in serie B. Finalmente Parma in A, e subito l'anno dopo, stagione '96-'97, con la maglia dell'Atalanta diventa capocannoniere in serie A: super! Dopo arrivano gli anni alla Juve e al Milan carichi di gol in Italia e in Europa con l'aggiunta dei 25 gol in nazionale. Sta di fatto che Inzaghi è l'unico calciatore ad aver segnato in ogni competizione internazionale eccetto le coppe sudamericane. Rapinandolo li chiamano gol di rapina, ma sono algebrici frutti di un disegno preciso. Ecco com'è andata.
Filippo sarà stato appena adolescente quando di notte gli apparve un demone: non c'entra niente
Marlowe né alcuna leggenda germanica, perché il calcio ha una mitologia vergine adatta ai ceti spiazzati. Filippo accettò le condizioni del patto: egli avrebbe rinunciato all'altezza di Marco Van Basten, al dribbling di Omar Sivori, alla tecnica di Johan Cruijff, alla potenza di Karl-Heinz Rummenigge, ed in cambio avrebbe segnato una valanga di gol. Sarebbe cioè stato brutto ma efficace, goffo ma indelebile, divino ma indemoniato. E lo vedi, gracile e inquieto, appeso al filo del fuorigioco mentre con le gambette macina chilometri facili per gli spiriti alleggeriti dalla possessione. E lo vedi sempre pronto a metterci il destro decisivo, la strusciata di spalla imparabile, il ginocchio imprevedibile... la natica, solenne e tremenda. E infine il gol. Oggi il trecentesimo e di certo non l'ultimo, segnati in buona parte contro squadre di un campionato che, la settimana appena trascorsa insegna, forse non sarà il più bello né il migliore, ma è di certo il peggior terreno su cui gli attaccanti possano provarsi data l'attenzione spasmodica alla fase difensiva che vi si pratica. E il paradosso è che forse quel patto non l'ha rispettato né Superpippo né il demone, perché il primo sarebbe cresciuto comunque troppo poco imponente per essere un centravanti di sfondamento e troppo frenetico per avere la giusta e misurata tecnica; e il secondo, il demone, spiace dirlo ma non esiste affatto. Oppure sì, ma è composto di passione e dedizione, di serietà agli allenamenti e disciplina alimentare, di gioia a vedere la palla che rotola, e di voglia e sete e fame di mandarla dove è proibito che vada. Tutto qua. venerdì 27 febbraio 2009
arretrato secondo: harvey milk
Gus Van Sant si ritrae. Nasconde le vibrazioni algide del suo occhio di “Paranoid Park” ed “Elephant” per focalizzare l’attenzione sul tema centrale che è oggettivo e trasversale alla collettività narrata e a quella che spetta il film, ma che non può dunque non essere intima. E lo fa bene, Van Sant, e ci riesce. Perché è dai tempi di “Will Hunting”, passando poi per “Scoprendo Forrester”, che non si aveva l’impressione di godere di scarni e smussati riflessi del regista, di colpi distratti e istintivi di palpebre forse stanche, sacrificandosi allora in nome di un tema più ampio. Un intento più forte della semplice denuncia dell’inspiegabile. Una volontà d’illuminare.
E allora il tema. Per quanto oggi risulti proficuo attenersi alla faccia ricca dell’omosessualità – e ai visini splendidi di Emile Hirsch, Diego Luna, o James Franco – bisogna tornare agli anni settanta e considerare Harvey Milk come portavoce di un movimento che come ogni minoranza debole lottava innanzitutto per conservare dei diritti civili minacciati, che lottava per una presa di coscienza collettiva, per l’unità che rafforzasse e indurisse gli individui persi, o deboli, o morenti. Anzi, ad essere cinici, non è innegabile una sufficiente dose di opportunismo politico nel gay più adulto, più intraprendente, che offre prima protezione sociale ai giovanotti deboli, e poi ne chiede il voto. Ma si tratta di politica, cioè di uomini che intuito un bacino lo spremono per raggiungere il potere. Lo stacco fra la cattiva e la buona politica è da sindacare solo in seguito, nel momento in cui cioè il bacino si sente tutelato oppure tradito dal proprio rappresentante. Ecco perché di Milk non si può mal pensare. Ma ecco anche il motivo per cui il film, con la tragica vicenda del consigliere assassinato, non può essere rapportato al presente eccezion fatta per certi bigottismi faciloni allora quanto oggi – ad esempio la propaganda puritana della cantante Anita Bryant, avallata dal senatore della California Briggs, che nella sostanza e nella forma fa il paio con le farneticazioni omofobe e altamente discriminati del boss della più antica pars politica italiana, Joseph Ratzinger.
E ancora, se il tema è la difesa dei diritti di coloro che, in minoranza, sono incapaci di tutelarsi da soprusi di qualsivoglia natura, è chiaro che l’attuale realtà della comunità gay non potrà rispolverare la vicenda Milk se non per considerarla alla stregua di un sacrificio fondante, di un atto strettamente cristiano che è alla base, in un passato lontano, della formazione della coscienza del movimento. Perché, sia chiaro, un movimento che – in maniera certo meno ruspante, folkloristica o fanciullesca, ma molto più capace di aderire alle leggi del sistema economico – non lotta più per conservare le proprie libertà, ma per guadagnarne di nuove mentre nel frattempo monopolizza di fatto, ma probabilmente senza averne pieno controllo, la pubblicità occidentale e vari settori economici ad essa collegati, non è più un movimento di minoranza in virtù del potere di seduzione che ha raggiunto. Ovvero, se la maschera omosessuale occorre allo stilista etero per garantire al mercato l’efficienza della propria arte, e se il cantante pop mima movenze effeminate per rassicurare il pubblico sulla sua apertura sessuale o sulla sua sensibilità, e se il modello maschile propinato dai media ha i muscoli artificiali e le sopracciglia smagrite e le cosce depilate, vuol dire che qualcosa è cambiato. La minoranza da tutelare è altro, oggi. Gli invisibili sono altri.
Sono quelli che non rientrano in nessuna categoria. Quelli al margine delle indagini di mercato: quelli cioè che per il sistema capitalistico non sono utili, e che non esistendo per la pubblicità che ne è il braccio armato forse non esistono affatto. Con un pizzico di pepe e sarcasmo possiamo dire che le Amelie del film di Jeunet, le sognatrici, sono una minoranza; che le donne che si pettinano da sole lo sono; le donne che vogliono partorire prima di lavorare lo sono; gli uomini che non si riconoscono né nel macho né nella checca, lo sono; o che addirittura i brutti oggi sono i deboli e minori culturalmente – a questo proposito si confrontino le fotografie dei veri protagonisti della vicenda Milk con i volti degli attori che li hanno impersonati: per quale urgenza gli attori sono tutti belli? Ecco, appunto. E diciamo allora, questa volta senza pepe, che la minoranza da tutelare è ogni minoranza che non sa di esser tale o che non ha il coraggio di ammettere il proprio disagio. Ora, solo ora, il Milk di Van Sant gira la giusta chiave: se ogni minore esce allo scoperto, se si imbastisce una catena di mani, prima o poi si diviene fronte. È chiaramente un discorso generalista. Ma proprio per questo è potente. I poveri, ad esempio, una maggioranza minore, quand’è che hanno smesso di parlare, di lottare, di unirsi? Quand’è che il pudore gli ha afferrato la gola e stretto la faringe? Forse quando il modello consumistico ne ha minacciato l’esistenza? Forse quando il valium dell’american dream ha preso a diffondersi anche nella vecchia Europa? Forse quando il comunismo li ha stuprati e abbandonati? Forse quando la carità ecclesiastica da carità per l’ecclesia è diventata carità per gli ecclesiastici?
Chiesto questo, nell’incapacità di risolvere la bieca questione, torniamo alle bellezze del cinema, al sogno, alla realtà aggiustata. E ammiriamo Sean Penn, il migliore attore americano, che ricorda De Niro solo nello smisurato controllo della mimica facciale, ma che lo surclassa quanto a capacità di crescita: come fosse egli un vino e l’altro un’aranciata, Sean Penn invecchiando riempie la sua faccia di argilla e schegge di piombo con pensieri alti, mentre De Niro gioca al poliziesco d’ospizio con Al Pacino o alla comparsata celebrativa ed eucaristica nei filmetti in cui investe i propri quattrini. Sia chiaro che De Niro, anche grazie alle mani di Scorsese, è stato immenso. Ma è evidente che Sean Penn, senza le mani di Scorsese, lo è già altrettanto. E in questo finale di Milk, nella scena dell’assassinio in cui torna per pochi istanti il miglior Gus Van Sant, quello che spegne la luce e inonda il personaggio di un flusso fluorescente che cade dall’alto e che scolpisce pochi riverberi in un mare d’ignoto, Sean Penn raggiunge picchi emotivi che solo lui negli ultimi anni, da regista di “Into The Wild”, era riuscito a procurare.
arretrato primo: italia-brasile
Allora s’è giocato. E la nazionale ha rimediato due bei ceffoni. Volendo essere sintetici questa riflessione potrebbe chiudersi nei due prossimi righi. Il punto è: gli europei hanno portato il pallone in Sudamerica, e i Brasiliani gli hanno strappato il cuoio. Ora provate un po’ a contendere il campo a ragazzotti mulatti che calciano aria con delicatezza, precisione, ed eleganza di movimenti. Il calcio è abitudine popolare quanto la divinità; e in quest’ordine estremo s’ammetterà che i brasiliani posseggono le navate meglio affrescate, i transetti più luminosi. Per contro, la nostra storia sportiva dal dopoguerra in avanti – e cioè da quando la pratica bellica s’è fatta professionale, e lo spirito di rivalsa nazionale volente o nolente si fa veicolare dallo sport appunto, e dal calcio in particolare – ha confermato lo stereotipo dell’italiano codardo che solo quando la cacca, ormai alle ascelle, gli impedisce di sollazzarsi d’arte, donne e santità, inizia a combattere spiazzando l’avversario con uno scarto d’orgoglio – o, tatticamente, con un cambio di ritmo. Sport e guerra a braccetto. Ma, diamine, Italia-Brasile è un’amichevole e gli azzurri lo sanno quanto i verdeoro. Solo che questi ultimi sanno calciare l’aria meglio dei nostri a parità di sorriso. È in qualche modo questa la loro religiosità, il juega bonito. Così, sorridendo sorridendo, fra una bicicletta e un paso doble, fra un tacco, un velo, e un no-look, s’impossessano del rettangolo con andatura da libeccio. Forse tranquillizzano, di certo assopiscono. E poi, come faceva il miglior animale d’area degli anni ’90 dotato del peggior veleno mai prodotto da piedi terrestri, Romario de Souza Faria, in una frazione di secondo tirano fuori la testa dal cesto e azzannano alla gola. Gli azzurri sorridono, mosci, parrocchiali nel loro buffo tentativo di rispondere al tacco volante e al controllo gommoso della sfera: gli europei hanno ancora contatto col cuoio. Però che palle il sorriso! E che bontà il tonfo del cuoio, il suo stridere sul prato coperto solo dal suono acuto di una scivolata maligna!
E chissà in quale voluta del fumo d’un sigaro, nell’intervallo gli italiani capiscono che l’amichevole è territorio brasiliano per filosofia. E s’incazzano. Tornano in campo meno carioca e più argentini, ovvero punti da quel nascosto valore mitologico che affonda filamenti dietro il colpo ben assestato sullo stinco di chi ti irride sambando. È un’altra partita: Pirlo la smette di farsi affascinare dai suoi capelli quando cambia direzione; Pepe è fortunatamente fuori come, altrettanto fortunatamente, lo sbarbatello Gilardino (costui, un uomo un diminutivo); dentro Toni, Rossi e Camoranesi, gente cattiva, gente un po’ tedesca, un po’ americana e un po’ argentina. Non si ride più infatti: Zambrotta rimbrotta il cittì Dunga, e i ragazzi lottano per briciole di pane e poche righe di sale come va fatto in ogni cancha. Tant’è che il secondo parziale si conclude zero a zero, e tutto è rimandato a quando il divario fra vittoria e sconfitta, ai mondiali del 2010 in Sudafrica, non consentirà troppo margine d’arzigogolio. Come sempre questione di cacca, certo. E di ascelle basse.
lunedì 23 febbraio 2009
s'è scapezzato oreste lionello: woody a pezzi
Il protezionismo culturale dei regimi fascisti in Italia e in Spagna ha imposto il doppiaggio dei film in lingua straniera proprio nel momento in cui il cinema s’accingeva ad essere riconosciuto come forma artistica, e un istante prima che s’affermasse come forma artistica fra le più popular. La nostra platea è stata dunque foraggiata di voci impostate, trattate con unguenti e pomate, recitate con solennità toscaneggiata al microfono buio di una saletta e poi montate sulla pellicola dei maestri francesi, spagnoli, americani. L’immediata conseguenza è stata una certa impreparazione di massa alla lingua straniera proprio per noi, Italiani, che sempre fummo a districarci tra ispanici, arabi, germanici e franchi. Impreparazione che, a differenza del nord Europa in cui c’è la sottotitolazione, provoca ulteriormente una “nuova” intolleranza (“nuova” in considerazione della nostra storia mediterranea) per il diverso o l’incomprensibile che non può essere scissa dalla disabitudine alla lingua straniera. L’ultima conseguenza è invece la mutezza di Woody Allen.
L’attore ha il compito, in contrasto con la realtà di finzione nella quale si muove, di convincere della fedeltà dello schermo, o quanto meno di com-muovere ad esso. Su queste due distinte vocazioni si fonda la differenza fra il successo popolare degli attori che esprimono, e il successo altrettanto popolare degli attori che vengono espressi; tra Sean Penn e Brad Pitt, per intenderci, o tra Servillo e Scamarcio. Ma il caso di Woody Allen è estraneo a questa dinamica perché, in rispondenza alla sua autarchia “morettina”, non esiste confine direttamente percepibile fra il rappresentante (l’attore), il rappresentato (il personaggio), il regista (l’architetto, l’autore del tratto del disegno), e lo sceneggiatore (colui che concepisce il disegno, il padreterno appunto). Proprio per questo la voce di Oreste Lionello è divenuta negli anni forza di gravità in Italia di un mondo che si presenta e si muove ed è Woody Allen. Indubbiamente sarà disponibile un altro doppiatore capace di balbettare, di accelerare e decelerare con violenza, di raffreddare il timbro. Ma quella simbiosi tutta strutturata di frenesia e inquietudine intellettiva, di squarci di debolezze e scivolate di cinismo, è stata fra Allen e Lionello un miracolo tecnico: il doppiatore non fa, ma è la voce. E se è la voce, il doppiatore è un pezzo. Forse quello principale: si tratta della gravità che radicava, ad esempio, Bob De Niro al fiotto rustico e sanguigno di Ferruccio Amendola e che, alla scomparsa del doppiatore, si è sfibrata come una muraglia di sabbia asciutta. Tanto che oggi, complici alcune scelte poco opportune, lo schermo non si rimpicciolisce più, come faceva un tempo, quando a recitare c’è De Niro. Così difficilmente ci sarà un doppiatore capace di sostituire Lionello, e non ne deriverà che una toppa cucita su una lacerazione della tela che a ogni attenta e partecipata visione non potrà camuffare i segni dell’ago e del filo, e i pezzi del Woody a pezzi.







