domenica 18 maggio 2008

persepolis

L’animazione non può ridursi all’illusione meccanica del movimento né al numero di disegni per secondo. Almeno in ossequio al nome che porta, l’animazione sarà tale quando saprà affondare nel contronaturale dando, cioè, anima/vita al rappresentato in una condizione di assoluta differenza di sostanza fra rappresentato e rappresentante; ovvero anima/vita al disegno, fermo o mobile che sia, senza avvalersi per definizione di quelle cavità espressive dalle quali tecnicamente traspare l’anima/vita dell’essere umano. Operazione ancor più difficile, questa di “animare” il disegno, se si considerano i tanti esempi di pellicole tradizionali esanimi – pensiamo a dozzine di legal thriller ed action movies, che pur riscuotendo enorme successo al botteghino faticano a riempire le suddette cavità espressive di altro che non siano parole concatenate. Persepolis invece, film di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, riesce nell’intento. E l’imitazione della realtà, e la sua riproduzione tramite una miracolosa e fertile relazione fra mente e mano, palesano senza regioni buie quel flusso energetico interiore che rende viva la scena.
Uno degli strumenti utili a tale resa è la poesia, cioè l’ultima sintesi che sappia contenere le attitudini dell’uomo alla adulterazione della realtà. Ad esempio, per rendere l’immagine dell’amore con tutto il bagaglio letterario che questo porta in groppa, Persepolis crea la fusione di due corpi attraversati dallo stesso fumo, essere cioè una sola cosa di fronte all’estraneo (qui è il fumo, il fumo in anticipazione ironica dell’esito di questo – di ogni? – amore). Altro strumento è la coerenza col proprio sistema di segni, col proprio linguaggio, ed è qui che funziona la scelta di essere minimi come si è appreso e coltivato, di essere in bianco e nero per tutto il flashback, di rifiutare la tentazione di Hollywood che proponeva un prodotto nel quale avrebbero trovato impiego i divi pop Jennifer Lopez e Brad Pitt.
Questa storia è poco pop. Al massimo rock. La trama è fondata su un susseguirsi di eventi storici – la piccola Marji vive le turbolenze politiche dell’Iran che si traghetta dal regno dello Shah di Persia al regime di Khomeini, e poi la guerra con l’Irak – narrati con sintetica ma esauriente semplicità come solo chi ha vissuto sa, in barba a tutti i raccoglitori di documenti a chilometri (e chili di benessere in pancia) di distanza. Eppure non si tratta di semplice racconto, di autocertificazione di possedere un passato tanto colorato da rendere plausibile il passo autobiografico. Nella calibratura degli eventi s’insinua la primaria idea che la Storia ha una lettura sempre e solo di parte, che tuttavia nel tempo le parti cambiano, e il risultato è un turbine nel quale le vite dei singoli, che pure della Storia erano stati mattoncini, sono sparpagliate al proprio destino, come se la Storia non li ammettesse nel suo.
Il destino della protagonista si forma attraverso gli impulsi emotivi più puri, attraverso l’incanto per la bellezza, poi il disincanto (ovvero l’incanto per la bruttezza), attraverso il rancore, la vendetta, l’incattivimento. Marji incontra il comunismo, vissuto senza effettiva cognizione, come fanciullescamente amando la barba di quel medico avventuriero argentino in comica antitesi con l’odio che le barbe fondamentaliste di lì a breve suscitano. Incontra quindi l’integralismo, questa occlusione d’intelletto, questo passaporto per il maschilismo. Incontra il proibizionismo con i veli e gli stupidi ed estetici aut aut, e il mercato clandestino di musicassette rock occidentali, e Springsteen, e Rocky Balboa. Poi nella sua seconda rivoluzione a Vienna (ma questa è universale e si chiama adolescenza) incontra l’occidente, il nichilismo, e finisce per guardare negli occhi l’abisso che l’indifferenza della nostra civiltà impone agli individui soli. E la sua traiettoria picaresca, che dal peggio porta al peggio con ironia, allude all’idea di resa apparente per cui la ricerca della felicità fa dimenticare anche di non essere liberi.

Ciro Monacella

Da LibMagazine

4 commenti:

blogger inecto ha detto...

che bel muna, claro y ispirante,
m'hai convinto

Anonimo ha detto...

gracias hermano

(se puoi vai a gomorra)

rip ha detto...

E' incredibile: parli di un film che ho visto - dietro consiglio alla Vito Corleone, uno di quelli che non si possono non ascoltare.

'o munaciello ha detto...

Vito ha sempre ragione!