A volte nel frigo poi ci trovi un cadavere davvero. Non mi piace. È funerea la cosa, e se ci metti un paramento sfocia nel decadente. Non va bene. Invece ci sono dei titoli – non che la cosa c’entri con la precedente – che ingravidano. Germania anno zero lascia immaginare quel debito che l’equilibrio deve allo stato di bilico quando s’esaurisce un moto e ne inizia un altro. Ma è poca roba, sempre sti regazzini fra gli alluci. Il neorealismo, molto comprensibilmente, ha abusato di maternità e paternità e, tutto proiettato verso la rinascita, ha anche leggermente fracassato. Germania anno zero, si diceva una notte fumosa di qualche anno fa, rende palpabile, esclusivamente ad accostamento di parole, la ruvida e salubre freschezza dei capelli appena rasi, un’indomabile tensione alla propria connaturata direzione quasi in abbraccio col destino. La violenza del cranio, che è sempre un abuso, una spavalderia mostrare nudo. Proprio lui, che regge e serve ogni noto motor – altro che altre stelle!
Così, dopo tre anni dall’ultima pelata, torno a casa anno zero. Sansone non capiva un cazzo di sostanze, quel gabbano si sfringuellava i boccoli. Ma non è
il punto. Magari altrove saranno snodati i motivi per cui in alcuni momenti si pretenda dal corpo un imbruttimento o piuttosto una testata in faccia al gusto comune. Magara, si diceva una sera che pioveva vino. So solo che il mio cranio forma una sorta di sperone aguzzato giusto sopra la fronte, e che quando sui campetti o nel vico usavo quella parte per colpire chi fracassava non provavo dolore. Ma un tagliente piacere, e un sapore di sangue invisibile. A volte, in preda alle derive romantiche che ciascuno attraversa, ci ho rotto anche qualche armadio, qualche porta. Ovunque porta la testa.
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martedì 18 marzo 2008
uso la testa
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