Questo spettacolo è quello popolare per eccellenza solo perché eccelle nel prudere il desiderio drammaturgico del popolo. E non è certo poco. Il campionato italiano di quest’anno volge al termine in una corsa avvincente e finalmente libera dai pastrocchi, dai preaccordi, dalle gerarchie, dalle valigette piene di promesse coi filamenti diagnosticanti. Quindi godo se questo Napoli finalmente poco nostalgico smaciulla il giuocattolo del presidente, lo rimastica e lo sputa nudo e raggrinzito dalla porschite. E godo se quella moralissima squadra di Firenze, elegante, toscana, vino ed olio senza prolissi esiti di carburanti, godo se quella freschezza mora affossa il Parma che aveva galleggiato sui reflussi duodenali dei Tanzi. Godo perché fra i viola c’è un talentino bianco, timido e femmineo, adolescente deliziosamente ellenico, che si chiama Montolivo. Godo perché la Fiorentina supera il Milan nella graduatoria per l’assegnazione dei fondi europei, che tanto il Milan avrà comunque quelli italiani, indi fanculo uguale. E godo se il piccolo Siena si permette di fare il muso duro con la capolista Inter. Godo perché Roberto Mancini, il replicante novo millennio dell’acquasanta trapattona, è troppo abbronzato, e non mi fido: l’eccessiva abbronzatura è un bluff – chi può dirlo quanto me? Serve a promettere passati che non si sono vissuti, inesistenti relazioni confidenziali con le stelle, e chi ci impiega tempo ne sottrae all’indagine sulla destrezza tecnica dei propri calciatori. Godo perché finalmente la dimensione parrocchiale dell’Inter viene alla luce – che Liverpool non fu solo una inciso – con l’affanno da goffo polifemo risucchiato dalla non più brillante Roma. Una squadretta, la Roma, addirittura senza Totti, che ora vorrei vincesse lo scudetto.

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