
martedì 16 dicembre 2008
lunedì 15 dicembre 2008
cinemuna: joseph ratzinger in "come dio comanda"
Discover Wolfgang Amadeus Mozart!
Il vecchio dilemma sul reale potere di Cesare, burbero nobilotto locale dalle finanze mal ridotte, in una provincia eccitata dalla propaganda reazionaria di Risto, un giovane e barbuto comunistello rom. Questo lo scenario in cui agisce Giuseppe – soprannominato dagli amici “ben detto” perché ha quasi sempre ragione, e quando non la ha sa a chi far parlare in sua vece per appropriarsene. Ben detto ha un cruccio: egli sa di poter ergersi a rappresentante di una nuova moralità ma i suoi compaesani sembrano ostinati a non voler riconoscere le sue doti da illuminato. Proprio a questo punto il regista – un testardo e visionario Salvatore Adognicosto, già autore di “L’ultimo comandamento è: penso io per te” e di “Lazzaro, prima cammini come si deve e poi forse ti alzi” –, sondando la realtà metropolitana più underground, inserisce potenti interrogativi su quale sia il senso della vita: se la vista, l’olfatto, il tatto o il gatto. Ebbene, il film di risposte ce ne fornisce, ma senza eccessiva convinzione, così da farci dubitare sulla scelta del protagonista ben detto di optare per la Via Violenta, quella perpendicolare alla Via di Damasco, di fianco alla stazione centrale. Lì, in un tono epico di rara ampiezza, ma con un realismo esasperato e crudo, avviene il duello finale tra ben detto e il giovane predicatore rom al quale tuttavia Giuseppe s’era ispirato. In gioco c’è il ruolo di contendente di Cesare, e come in ogni lotta intestina la storia vuole che a prevalere sia la fazione estremista.
domenica 14 dicembre 2008
d'alema annega veltroni: nessuna verità
sabato 13 dicembre 2008
venerdì 12 dicembre 2008
giovedì 11 dicembre 2008
mercoledì 10 dicembre 2008
martedì 9 dicembre 2008
lunedì 8 dicembre 2008
sabato 6 dicembre 2008
venerdì 5 dicembre 2008
Senza uguaglianza la democrazia è un regime
(...) se sia in corso, o se si sia già realizzato, un cambiamento di regime, dal punto di vista decisivo dell' uguaglianza. In ogni organizzazione di grandi numeri si insinua un potere oligarchico, cioè il contrario dell' uguaglianza. Anzi, più i numeri sono grandi, più questa è una legge "ferrea". E' la constatazione di un paradosso, o di una contraddizione della democrazia. Ma è molto diverso se l' uguaglianza è accantonata, tra i ferri vecchi della politica o le pie illusioni, oppure se è (ancora) valore dell' azione politica. La costituzione - questa costituzione che assume l' uguaglianza come suo principio essenziale - è in bilico proprio su questo punto. Noi non possiamo non vedere che la società è ormai divisa in strati e che questi strati non sono comunicanti. Più in basso di tutti stanno gli invisibili, i senza diritti che noi, con la nostra legge, definiamo "clandestini", quelli per i quali, obbligati a tutto subire, non c' è legge; al vertice, i privilegiati, uniti in famiglie di sangue e d' interesse, per i quali, anche, non c' è legge, ma nel senso opposto, perché è tutto permesso e, se la legge è d' ostacolo, la si cambia, la si piega o non la si applica affatto. In mezzo, una società stratificata e sclerotizzata, tipo Ancien Régime, dove la mobilità è sempre più scarsa e la condizione sociale di nascita sempre più determina il destino. Se si accetta tutto ciò, il resto viene per conseguenza. Viene per conseguenza che la coercizione dello Stato sia inegualmente distribuita: maggiore quanto più si scende nella scala sociale, minore quanto più si sale; che il diritto penale, di fatto, sia un diritto classista e che, per i potenti, il processo penale non esista più; che nel campo dei diritti sociali la garanzia pubblica sia progressivamente sostituita dall' intervento privato, dove chi più ha, più può. Né sorprende che quello che la costituzione considera il primo diritto di cittadinanza, il lavoro, si riduca a una merce di cui fare mercato. Analogamente, anche l' organizzazione del potere si sposta e si chiude in alto. L' oligarchia partitica non è che un riflesso della struttura sociale. La vigente legge elettorale, che attribuisce interamente ai loro organi dirigenti la scelta dei rappresentanti, escluso il voto di preferenza, non è che una conseguenza. Così come è una conseguenza l' allergia nei confronti dei pesi e contrappesi costituzionali e della separazione dei poteri, e nei confronti della complessità e della lunghezza delle procedure democratiche, parlamentari. Decidere bisogna, e dall' alto; il consenso, semmai, salirà poi dal basso. (...)
Di Gustavo Zagrebelsky, su Repubblica, via Malvino
giovedì 4 dicembre 2008
silenzio, parla pinocchio
mercoledì 3 dicembre 2008
Enola Gay, back to hell
Cioè pelli squagliate, botti e controraffiche. Riapro il blog perché oggi la mia testa dice così. Si’ facendo dico di sì. Il tempo arretra: s’inceppa la faretra, l’acqua passa e i ponti son cappelli. Gli amici, i nemici, i mammut e i fratelli. Il presidente nero paraponziponzipò, il presidente scemo paraponziberluscò. L’ambrogino, il cribbio-cioccolatino, l’autista della Rolls, le piene delle balls (oo→OO).
Pensa che, tanta era la distanza, mi si sfece la creanza quando all’alba, in una stanza, giunse il tale della ansa, per dicérmi in lontananza :“Guarda, Muna, te lo accenno, te lo accenno poco poco e non ti pigli tracotanza, ma pare, pare proprio così pare, che a Pompay dopo il vulcano è arrivato ‘o mussulmano!”.
Tremino! Tremino loro e tutto l’apparato:
il monaco lascia l’eremo…
…‘o muonaco è turnato!













